Vocabolario delle emozioni, un invito alla conoscenza delle emozioni

a cura di Ilaria Londi e Pamela Bondi

Scegli l’emozione


AMAE

di Pamela

          Parola giapponese. Vari dizionari bilingui definiscono l‘amae come “contare sulla buona volontà di una persona”, “agire amorevolmente verso qualcuno (come un bambino molto coccolato si comporta verso i suoi genitori)”, “trarre vantaggio da”, “comportarsi come un bambino viziato”, “approfittare di”, “comportarsi in modo carezzevole con un uomo”, “parlare in modo civettuolo”, “approfittare di (della gentilezza, del buon carattere, di qualcuno, ecc.)”, e così via. L‘amae è essenzialmente una richiesta di condiscendenza verso i propri bisogni percepiti.

Da Wikipedia


Nella definizione precedente questa emozione che raggruppa una vasta gamma di altre emozioni, è dipinta come una dipendenza, per esempio del bambino col genitore. Ma se entriamo dentro quella dipendenza, risulta una dipendenza lecita sia a livello emotivo che a livello di protezione fisica. Il bambino ha bisogno della sua casa-base dove rifugiarsi nei momenti di fragilità. Anzi questo bisogno, questa dipendenza, non la ha solo il bambino, questa resa temporanea in totale sicurezza è una sensazione importante anche per gli adulti, vivificante. Lasciarsi andare tra le braccia di una persona cara per essere coccolati e rassicurati.

Questa emozione, dice lo psicanalista giapponese Takeo Doi, dà per scontato l’amore dell’altra persona, il diritto quindi di chiedere aiuto senza alcun obbligo di provare gratitudine in cambio. Oltre che rivolta verso l’esterno, l’amae può essere rivolta verso noi stessi, aver premura di noi. Questo ritorno all’accudimento incondizionato dell’infanzia è il collante che permette relazioni stabili di prosperare, come simbolo della fiducia più profonda.

Una cosa su cui ho riflettuto mentre leggevo di questa emozione è che i giapponesi parlano e raccontano, facilmente, dei piaceri dell’amae, mentre nella nostra cultura sembra un tabù. Ci risulta sempre molto difficile sentirci e farci vedere deboli o vulnerabili, chiedere aiuto ci costa tantissimo, accettare l’aiuto e il conforto degli altri sembra rubarci forza, anche forse per evitare catene di obblighi morali (come la gratitudine). E invece il potersi dare questo permesso accresce la nostra forza, le nostre radici si fortificano come se dopo un forte vento, una grossa tormenta arrivasse la calma che non ci fa “sforzare” di sorreggere tutto il peso dei rami e della chioma sopra di noi, dei nidi degli uccellini e delle foglie. E darsi questo permesso genera un riconoscimento verso di noi, e non verso la persona che ci ha accolti e che ha avuto cura di noi. Perché è come essersi visti (riconosciuti) in un momento difficile e accettare la nostra debolezza, vederci per quello che siamo.

Questa emozione mi ricorda un’esperienza fatta durante un gruppo di lavoro: avevamo formato un cerchio chiuso e all’interno del cerchio, a girare, c’era una persona che si lasciava “cadere” sul cerchio di persone. Ero terrorizzata dal farlo, avevo il cuore a mille e i muscoli rigidi, i piedi bloccati, ma poi dopo il primo “lancio” sembrò tutto molto bello, e molto facile, come stare a galla sul filo del mare e farsi trasportare a riva fino a toccare la spiaggia calda. Questo tipo di fiducia è riposta in persone che ci sono care e che possono sostenere questo peso, il nostro peso. Quindi il mio augurio, durante queste feste natalizie 2020, è quello di “lasciatevi andare nelle braccia di coloro che vi accudisco e assaporate il sapore e il piacere di amae”.


COMPASSIONE

di Ilaria

Sostantivo Femminile [dal lat. tardo compassio –onis, der. di compăti «compatire», – 1. Sentimento di pietà verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti; partecipazione alle sofferenze altrui. Frequente la locuz. fare c., destare pietà: è in uno stato da far c.; iperb., faceva c. persino ai sassi; anche, suscitare un senso di sprezzante commiserazione, detto di cose biasimevoli, ridicole, meschine, di lavori mal riusciti, di persone inette.

Da Vocabolario Treccani


Cum patior: soffro con te, traduceva la professoressa di latino al liceo. “Non voglio la tua compassione” diceva il personaggio di uno sceneggiato rosa che guardava la mia nonna. Sono cresciuta con l’idea che la compassione fosse qualcosa di umiliante per l’altro. Poi ho avuto bisogno e ho capito che mi sentivo davvero supportata solo se l’altro si avvicinava al mio dolore senza perdercisi. Soffriva con me pur rimanendo se stesso. Quante volte in questi giorni ci siamo sentiti afflitti, tristi, a contatto con la mancanza di qualcosa o qualcuno. “Ila, sto male, ti ho chiamato perché avevo voglia di sentire la tua voce allegra” “Sai oggi non sono allegra, ma posso essere triste con te, io con la mia tristezza e tu con la tua.”

Allora sento la mia compassione, per me, per l’altro, sento che sono viva nel lasciar risuonare il mio affanno e che l’altro vibra come me. A volte non sono stata capita, a volte l’altro voleva una soluzione che non avevo, ma rimango compassionevole. Un atteggiamento compassionevole è più autentico di un aiuto, una soluzione o un perdono che non sento autentico ora. La compassione non è mai inclusa negli elenchi delle “emozioni universali”, ma potrebbe esserci.

La maggioranza delle persone è in grado di accorgersi che qualcun altro sta soffrendo. L’impulso di alleviare quel dolore può essere percepito come una reazione di pancia, anche se, nel corso degli anni, i tradimenti ci hanno resi disincantati, o le continue richieste degli altri ci hanno sfinito.

Per i buddisti del Tibet, la condizione ideale per provare il desiderio di liberare una persona dalla sofferenza è una serena equanimità, unita ad una silenzionsa fiducia in se stessi. Per molti di noi, tuttavia la compassione è una materia molto più ansiogena.

L’idea per cui la compassione sia un’emozione rischiosa, persino pericolosa , è ben radicata nella tradizione cristina occidentale.Uno dei primi testi in proposito fu scritto nel VI secolo da papa Gregorio Magno. “Quando vogliamo che una persona addolorata smetta di soffrire”, scrisse, noi dobbiamo “abbandonare la nostra posizione eretta e piegarsi verso di lei e fare esperienza noi stessi della miseria.”

“La discesa in una sofferenza condivisa”

Perche una persona eserciti autentica compassione è necessario portare allo scoperto lati molto vulnerabili di se stessi: non è un’esperienza facile da sopportare.

Solo gli uomini più saggi riescono ad andare incontro al dolore di qualcuno senza diventare storditi e indifesi a loro volta: quella famosa perdita di sensibilità verso la sofferenza di cui oggi si parla molto nell’ambito delle professioni di aiuto.

La compassione può mettere a dura prova il nostro equilibrio emotivo, ma le ricerche hanno dimostrato che ne vale la pena: non saranno soltanto gli altri a trarre vantaggio dalle vostre azioni, anche voi conoscerete un miglioramento netto in termini di benessere e adattamento.

Stando a Mandy Reichwald, un ex infermiera che per gran parte della sua vita si è occupata di prestare assistenza ai malati terminali e alle loro famiglie, la vera compassione sta nel sostenere le persone così che possano trovare la forza in se stessi.

Se la situazione diventa troppo pesa per voi, siate onesti.

E’ proprio quando ci senriamo sopraffatti che possiamo ritirarci nella sicurezza della pietà, piegando la testa e tenendo a distanza le persone che soffrono. L’onestà è una risposta efficace.

Non è egoismo prendersi cura di se stessi in primo luogo; anzi, semmai, è il segno della vera, matura compassione. Perchè quando siete sopraffatti dai problemi degli altri, non saprete o non potrete aiutarli.


FIDUCIA IN SE STESSI

di Ilaria

s. f. [dal lat. fiducia, der. di fidĕre «fidare, confidare»] (pl., raro, –cie). – 1. Atteggiamento, verso altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità: fin Dionegli uomininella fraternità umananella scienzanel progresso socialefnella vittoriafdi riuscirefnella propria stellanelle proprie forzefnell’esito di un’impresaguardare con fall’avvenireferma f.; fillimitataassolutaincondizionataaverenutrire f.; perdere la f.; dare un attestatouna prova di f.; ispirare f.; guadagnaremeritaregodereavere la fdi qualcunoriporre bene, o malela propria f.; abusare della faltrui. Di uso com. le espressioni: persone di f., di miadi tuadi sua f., persone fidate a cui si ricorre in cose delicate e d’importanza; medicoavvocato di f., quello che è liberamente e abitualmente scelto dal cliente; postoimpiegoincarico di f., di responsabilità, delicato, che si affida solo a persone sicure, fidate. 2. In diritto costituzionale, voto di f., votazione mediante la quale il parlamento approva (o, se la votazione dà risultato negativo, disapprova) gli indirizzi politici e la corrispondente azione del governo; mozione di fiducia.

Da Vocabolario Treccani


Vi proponiamo una riflessione curiosa sulla fiducia che ha come centro del discorso il concetto noto, millantato, desiderato, ma in soldoni molto sfuggente a molti: la fiducia in se stessi.

Ogni giorno, leggiamo, ascoltiamo o ne siamo protagonisti di storie dove si narra la maestria o la goffaggine di una truffa. La truffa può diventare spettacolo. Un uomo o una donna, sono protagonisti di racconti emozionanti e avvincenti, di pellicole cinematografiche e di pagine di tabloid. Una presenza incantevole e terrorizzante al tempo stesso: il genio della truffa.

Il truffatore è il principe degli imbroglioni. I truffatori non sono delinquenti nel senso più comune del termine. Sono garbati, scaltri e molto competenti.” (D. Maurer-TheBig Con, 1940). Questa arte si basava e si basa sullo sfruttare la fiducia altrui, cosa che puoi fare solo se hai una riserva notevole di fiducia in te stesso. In inglese vengono definiti Artist confidence (artisti della fiducia o della fiducia in se stessi).

La fiducia in se stessi è da sempre una caratteristica che stupisce gli altri. Possiamo avvertire un po’ di invidia quando in occasioni sociali, vediamo qualcuno che si apre la strada tra gli altri, si relaziona con sicurezza e disinvoltura, senza apparente sforzo. La mancanza di insicurezza in realtà desta sempre qualche sospetto: ce la stanno raccontando giusta?

La nostra fiducia in noi stessi è un tratto abbastanza sfuggente. I primissimi usi della parola hanno a che fare con la fiducia riposta a favore degli dei. Il segno in cielo, il buon auspicio di un sogno, la stella cadente infondevano, e tutt’oggi in un’ altra forma infondono, coraggio alle nostre azioni, facendoci sperare beatamente che tutto si risolverà in nostro favore.

Il dubbio che la fiducia in noi stessi possa sfuggire al nostro controllo è qualcosa che non ci abbandona mai.

Sappiamo come effettuare un tiro perfetto al pallone, da quale angolatura debba passare la pallina di carta per entrare nel cestino, il momento perfetto in cui fare una piroetta sui pattini senza cadere, ma non riusciamo a spiegarci perchè lo sappiamo, o come.

Negli anni 50 gli psicologi americani cominciarono ad interessarsi alla questione. Il pensiero stesso sembrava la chiave per riuscirci. Con gli anni 70 gli ideatori dell’auto aiuto dicevano che la fiducia in se stessi era l’elemento che ci differenziava dal tipo splendido che abbiamo descritto sopra. Ma come si faceva ad ottenerla?

Dovevate in pratica truffare voi stessi, utilizzando un pizzico di pensiero magico. Fake it till make it (Fingi finchè non ci riesci). I corsi per aumentare l’assertività o il senso di sicurezza in se stessi, diffusi dagli anni 80 in poi puntavano molto su questo assioma, ma questo tentativo di ingannare gli altri, mostrandoci più ottimisti riguardo alle nostre capacità, fingendo di essere ciò che non siamo, non solo alla lunga risulta estremamente faticoso e pericoloso per l’equilibrio psicologico, ma nasconde anche un certo disprezzo per noi stessi e per la nostra autenticità, un nasconderci alla nostra reale competenza. Se fosse davvero così i veri bersagli della truffa saremmo noi!

In tempi più recenti, gli psicologi e gli studiosi del comportamento sono arrivati a pensare che fingere di essere ciò che non si è per trasmetterci fiducia possa solo lasciarci affaticati e dubbiosi, proprio sul nostro conto. Attualmente si parla di accettazione delle nostre caratteristiche, non nel senso passivo del termine, ma nella forza della reale accoglienza riguardo a ciò che siamo. Il senso è aumentare la fede in ciò che ci rappresenta, a volte sarà a nostro servizio, altre volte non ci aiuterà, ma esserne consapevoli davvero permette di trovare con sempre più facilità, il compromesso migliore tra cio’ che siamo, le pressioni dell’ambiente e quello che vogliamo raggiungere.

La fiducia in noi stessi può determinare la fiducia che riponiamo negli altri. Ma le relazioni hanno sempre dei rischi, di cui ci prendiamo la responsabilità solo sentendole davvero giuste per noi, nel bene e nel male.


GIOIA

di Pamela

1. sentimento di piena e viva soddisfazione dell’animo; allegria, letizia, felicità: gioia grande, profonda, immense. 2. persona, fatto o cosa che è causa di felicità, fonte di soddisfazione o di consolazione

Da Garzanti Linguistica


Dal francese joie-joielsà gioiello: che ci abbaglia e ci soggioga. È un’emozione che ci sorprende, quando una cosa è migliore di quanto ci potessimo immaginare.

“È una Letizia accompagnata dall’idea di una cosa passata, accaduta insperatamente” scrive Spinoza.

A differenza della Felicità è imprevista e non progettata, da scoprire e non da costruire. La felicità perdura nel tempo, riscalda con un calore più diffuso a rilascio lento, mentre la gioia è un attimo rapido e inaspettato, che sembra finire nel momento in cui nasce.

Virginia Woolf la riesce a trovare con la Signora Ramsay nel bagliore di una finestra che “non può durare”. E’ come “avere ingoiato un luminoso frammento di quel sole del tardo pomeriggio che ora arde nel petto”, scrive Katerine Mansfield, e che aggiungo io, fra poco sparirà sotto l’orizzonte.

Cercare di bloccarlo, di fermarlo, lo fa sfuggire ancora più velocemente. Sentire quel calore, sentire i muscoli delle guance che allargano il volto in un enorme sorriso, abbassare le difese, sentirsi vulnerabili e speranzosi di fronte a questa emozione, ci regala una forza inaspettata, una ricarica di energia, come se tutto fosse possibile.

Descrivere la gioia a parole non è possibile, ma le sensazioni del corpo: il respiro, la trepidazione dei muscoli, il caldo, il fremere interiore, la pancia sottosopra, gli occhi umidi, forse vi ricordano degli attimi che avete vissuto, che magari sentendo un odore, ascoltando una musica riaffiorano alla mente, al cuore e al corpo.

A Febbraio scorso pensavamo di cavarcela con un paio di mesi lontani dai nostri cari, dalle nostre attività quotidiane, dai nostri viaggi, dalle mostre e dai concerti, invece a Novembre l’incubo del distanziamento e della reclusione si è ripresentato. Avevamo fatto appena in tempo a ricaricare le batterie e adesso la paura le sta riscaricando di nuovo. La gioia sembra lontanissima, ma se chiudete gli occhi sotto la luce calda del sole, forse eccola che riappare timida, anche lei ha paura ad uscire allo scoperto. Vi stringe, vi avvolge il viso, che piano piano si rilassa e finalmente si riposa. Oppure la potete scovare in una videochiamata, sentire le voci di là dallo schermo vi fa battere il cuore veloce e vi fa scendere una piccola lacrima dall’occhio destro, non rimandatela indietro ma assaporatela, il salato che vi bagna la guancia è una gioia che si aggiungerà alle altre già presenti nella vostra memoria.


IMPAZIENZA

di Ilaria

s. f. [dal lat. impatientia]. – L’essere impaziente; stato d’animo di chi è insofferente per cosa che lo irriti o molesti o di chi è ansioso per il desiderio o l’attesa di cosa che tarda: dare segni d’i., avere un moto d’i.; averemostrare idi otteneredi saperedi concluderedi arrivarefrenarecalmarevinceredissimulare la propria impazienza. Letter., con determinazioni, insofferenza fisica per qualche cosa, incapacità di sopportare: idel freddodel caldoidi ostacolidi contrarietàdi un frenodi limitazioni.

Da Vocabolario Treccani


Con la sua passione per la fretta e la sua tendenza a fare richieste impossibili da soddisfare, l’impazienza può sembrare la conseguenza inevitabile del nostro stile di vita, dove il tempo è sempre poco e le fonti di irritazioni tantissime. Le lunghe code per entrare al supermercato durante il lock down, l’ascensore che si ostina a non arrivare nonostante premiamo il bottone molte volte, l’ingorgo sulla tangenziale: sono momenti che prendono in giro l’imperativo ad utilizzare ogni momento in maniera produttiva e al massimo delle nostre possibilità. In verità, aspettare non è mai stato facile per nessuno. Ecco perchè, stando a quanto scrive Friedrich Nietzsche, “i più grandi poeti non hanno disdegnato di prendere il non saper aspettare a motivo del loro poetare”.

Dal latino “pati” (sopportare) “impazienza” significa “incapacità di sopportare il dolore o il disagio”.

Era già un luogo comune nel Cinquecento il pensiero per cui il tempo rallenta quando stiamo aspettando qualcosa o qualcuno, ma sappiamo anche che l’intervallo di tempo tra l’espressione di un desiderio e il suo esaudimento può anche essere una piacevolissima forma di sofferenza.

L’incapacità di sopportare il disagio è qualcosa di più forte rispetto all’incapacità di aspettare una gratificazione non istantanea.

In questo momento l’attesa di quando la pandemia finirà ci rende insofferenti, siamo a contatto con la nostra parte considerata debole e dubbiosa, che deve, per il momento, rassegnarsi ad affidarsi alle competenze della scienza e della medicina e alla tempistica di qualcun’altro; nel fare questo ci troviamo a fronteggiare la nostra profonda incertezza riguardo al futuro.

La pazienza è una scelta attiva e lucida, l’impazienza una ribellione del pilota automatico.

L’antidoto al malessere che l’impazienza genera è la consapevolezza. La consapevolezza nel nostro stare qui e ora, in questo posto e in questo luogo, tutto il tempo che è. Questo tempo ha il suo senso e dipende da noi volerlo assaporare “semplicemente” e “meravigliosamente” per quel che è.


NOIA

di Ilaria

nòia s. f. [prob. dal provenz. noja enoja ; noiare e annoiare ]. 1 a. Senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività e dall’ozio o dal sentirsi occupato in cosa monotona, contraria alla propria inclinazione, tale da apparire inutile e vana: n profonda invincibile mortale la n dell’attesa sbadigliare per la n scacciare combattere ingannare la noia . Anche, il senso di sazietà e di disgusto che nasce dal
ripetersi di cose uguali o uniformi: ripetere fino alla n venire a noia , di cosa che ingenera fastidio, senso di nausea, o addirittura di avversione: anche il cibo più squisito può venire a n tutta questa pubblicità televisiva viene a n anche alle persone più pazienti gli venne a n la loro compagnia ; analogam., avere a n prendere a n ., cose o non erano pochi quelli che l’avevan già preso a n e anche persone che prima gli volevan bene ( b. letter. Tedio, senso doloroso della vanità della vita, considerato come condizione o disposizione abituale dell’animo 2. Molestia. 3 ant. Dolore, pena, dispiacere: Ma tu perché ritorni a tanta noia? ( il mio conforto Contra le n de la vita inferma (Bembo). Con accezione più partic., il dispiacere che può essere provocato da un pubblico biasimo, in quanto rechi danno alla reputazione: la donna la quale io ti nominai ricevea da te alcuna n. (Dante).

Da Vocabolario Treccani


Quante volte, in questo lungo periodo di isolamento sociale e di obbligo di stare in casa abbiamo sperimentato questa condizione. Prendete in mano un libro, ma subito lo abbandonate. Sbadigliate, vi lasciate cadere sul divano con lo sguardo perso nel vuoto. Girate da una stanza all’altra in cerca di una distrazione qualsiasi, ma niente vi invoglia. Abbiamo fatto dolci, lavoretti, pulizie. La noia è un sentimento difficile da placare. E’ la combinazione tra il sentirsi in trappola, l’inerzia e l’indifferenza: nell’aria c’è il vago senso di volere che qualcosa cambi, ma non sappiamo dire di preciso cosa.

La noia è un sentimento che crediamo molto moderno e che deve molto all’epoca vittoriana, anche se non significa che la vita prima non fosse mai apparsa ripetitiva e poco interessante. La parola italiana “noia” deriva dal tardo latino “inodiare”, cioè “avere in odio”. Bisogna aspettare il 1853 perchè la categoria emotiva della noia comparisse per la prima volta nella lingua inglese con il suo attuale nome: boredom , dal verbo bourrer (riempire, saziare).Questo legame tra noia e riempimento era la conseguenza di un rapporto con il tempo in rapida evoluzione: le società pre industriali non avevano fatto una distinzione precisa tra il lavoro e le fatiche domestiche, ma l’avvento e l’espansione delle fabbriche e degli uffici a partire dal tardo 700 aveva creato un nuovo modo di
ripartire la giornata, inaugurando il concetto di “tempo libero”. Presto il ceto medio vide il tempo dedicato allo svago come momento di divertimento e automiglioramento. L’industria dell’intrattenimento ebbe enorme espansione e nacque una nuova industria del turismo per provvedere alla doppia eccitazione borghese verso il consumismo e le novità bizzarre.
In questo contesto, ritrovarsi senza niente da fare, l’essere intrappolati in compagnia di persone tediose, il sentirsi incapaci di essere interessanti, rappresentavano un marchio della propria inadeguatezza. I medici del tempo osservavano le conseguenze della noia sulla salute (alcolismo, onanismo, eccesso di sonno). Gli uomini politici davano la colpa ai poveri e ai disoccupati che permettevano che la noia prendesse forma non dedicandosi a nulla di produttivo e funzionale. Le femministe denunciavano la condizione di noia a cui erano costrette le donne borghesi, che vivevano nell’agio, ma senza grandi soddisfazioni “Allevate come fiori di serra per apparire il più graziose possibile e per sopportare la noia senza lamentarci”.

La noia poteva trasformare le donne in piante velenose.
Oggi, in una società sempre più veloce e iperstimolata, dove anche il lavoro è a servizio della creatività dovremmo essere liberi dalla noia, ma sappiamo bene che non è così. In questi mesi di reclusione domestica l’abbiamo sperimentata in ogni sua forma, toccata con mano. Volevamo andare più lentamente, ma quando ne abbiamo avuto la possibilità non è stato facile gestirla.

Le controverse diagnosi di deficit dell’attenzione e di iperattività applicate a un crescente numero di bambini in età scolastica hanno creato un’intera categoria di persone che vengono considerate neurologicamente inclini alla noia. I loro bassi livelli di dopamina le rendono agitate, irrequiete e facili alla distrazione. E’ stata creata addirittura una scale per misurare l’inclinazione alla noia (Boredom Proneness Scale), che mette in evidenzia dei fattori di rischio riguardo al consumo di alcol e sostanze, l’obesità e la distrazione cronica., l’obesità e la distrazione cronica.

Adesso, facciamo una prova, spegnete un momento il vostro smartphone, minimizzate stimoli e intrattenimenti, sedetevi calmi e state lì per un po’. Potrebbe capitare di sentirvi scivolare in quello stato di svogliatezza che da origine alla reverie e ai sogni ad occhi aperti. Permettetevi di provare un disinteresse strisciante e potreste trovare la motivazione necessaria a cambiare la vostra situazione.
Come il gioco libero dei bambini può attraversare anche la noia, così anche noi adulti possiamo sentrci spinti a soluzioni creative dopo aver assaporato un tedio profondo, ma vitale. Perchè forse, come ha sostenuto l’antropologo Ralph Linton “la capacità umana di essere annoiati, più dei bisogni sociali o naturali, sta nella radice del progresso culturale dell’umo”.


SOLLIEVO

di Pamela

      l’essere, il sentirsi sollevato fisicamente o moralmente; conforto: cercare sollievo dal prurito, dal caldo; essere di sollievo a qualcuno; abbiamo appreso una notizia che, per noi, è stata un gran sollievo; provò sollievo nel vederlo |tirare un respiro, un sospiro di sollievo, (fig.) provare un senso di liberazione da affanni, preoccupazioni

Da Garzanti Linguistica


Provare piacere quando si placa un dolore attuale o previsto.

Allo scomparire di un pericolo vero o presunto, l’atto di piangere dopo una lunga attesa carica di ansia, per esempio, fa gonfiare gli occhi di lacrime e ci fa stare più tranquilli e rilassati, come per rilasciare quell’energia negativa accumulata sia dal corpo che dalla mente. Questa “vecchia” idea sulle lacrime la riporta anche Aristotele “Quello che il sangue fa per il corpo, le lacrime lo fanno per l’anima”. A livello fisico il versare lacrime permette di rilasciare ormoni e tossine, ma se fosse uno schema idraulico perfetto sarebbe tutto molto semplice, e invece la realtà appare assai più complessa.

Ho voluto scrivere, e leggere, di questa emozione, perché l’ho percepita spesso, ma è come se scivolasse via in un vortice di altre sensazioni, e rimane difficile slegarle una dall’altra e carpirne il vero significato.

Il sollievo non è solo una sensazione di rilassamento, ma può anche essere una scarica di adrealina che ci fa battere il cuore forte, pensate ad un incidente evitato per un pelo in autostrada.

Spesso il sollievo non arriva da solo, è accompagnato da altre emozioni, come la tristezza magari per aver terminato un compito importante e difficile o la riconoscenza verso un amico che ci ha aiutati nell’affrontare un periodo difficile.

Il sollievo sembra legato alla manifestazione di un’emozione, che può essere l’essere capiti e ascoltati, oppure il lasciar andare, o ancora la forza della vita che si manifesta come nel parto.

Il tirar un sospiro di sollievo, o urlare dalla contentezza per l’arrivo di una buona notizia, o poter girar pagina e chiudere un capitolo doloroso.

E’ come se portasse con sé la liberazione, come dice Ligabue in una sua canzone

Hai fatto tutta quella strada per arrivare fin qui

ma adesso forse ti puoi riposare

ho un bagno caldo e qualcosa di fresco

da bere e da mangiare

Ti apro io la valigia mentre tu resti lì

e piano piano ti faccio vedere:

c’erano solo quattro farfalle

un po’ più dure a morire”

Acchiappare, acciuffare questa leggerezza che si avverte anche molto forte nel corpo permette anche di ritrovare le energie perdute in periodi carichi di ansia, proprio come questo. Quindi buon sollievo a tutti e buon Ligabue.


WANDERLUST

di Pamela

 (pronuncia /ˈvandɐlʊst/, anche conosciuto come “sindrome di wanderlust“) è un termine tedesco che si riferisce al desiderio di viaggiare. Il termine ha origine dalle parole wandern (vagare, errare) e Lust (desiderio). La Wanderlust indica il desiderio di andare altrove, di andare oltre il proprio mondo, di cercare qualcos’altro: un desiderio di esotismo, scoperta e viaggio. Può riflettere un’intensa voglia di autosviluppo personale attraverso la scoperta dell’ignoto, affrontando sfide impreviste e conoscendo culture e stili di vita sconosciuti. Può essere guidato anche dal desiderio di fuggire e lasciarsi dietro sentimenti depressivi di colpa. Durante l’adolescenza, l’insoddisfazione dovuta alle restrizioni vissute in casa o nella propria città possono alimentare questo desiderio di allontanarsi e viaggiare.

Da Wikipedia


E’ considerata una patalogia e la sua prima vittima fu nel 1886 Jean-Albert Dadas, che prima attraversò la Francia a piedi, poi arrivò anche a Mosca e a Costantinopoli. Dadas non aveva un obiettivo da raggiungere o un traguardo, ma aveva un irrefrenabile, e inappagabile, bisogno di camminare, anche per anni. La camminata era risoluta nonostante il soggetto si trovasse in uno stato di coscienza alterata. Detto anche dromomaniaco (dal greco dromos “corsa” e “viaggio”), quando alla fine si fermava per il bisogno di riposare, non ricordava quasi nulla del viaggio, e neppure il motivo che lo aveva spinto a farlo, una specia di “turismo patalogico”, sembra bellissimo detto così.

Il “turismo patalogico” è quella cosa che ci prende quando proviamo quella irrequietezza, quella voglia di lasciare la nostra impronta su un ghiacciaio, o camminare in mezzo ai papaveri e ai mulino a vento, camminare su una spiaggia isolata, trovarsi fra i leoni e le giraffe. Quella nostalgia di un posto che non abbiamo mai ancora visitato, ma che abbiamo solo assaporato attraverso delle foto o dei racconti. Andare in paesi esteri rallenta il tempo, capovolge il nostro modo di pensare e ci fa sembrare il mondo, come un mondo nuovo, ancora da scoprire.

Inizialmente la parola wanderlust, era legato alle camminate in solitudine dei romantici, camminate viste come provocatorie (fra l’altro da queste camminate sono “nate” anche le Birkenstock, grazie a Martina per la dritta). Oggi il termine ha un significato più ampio. Desiderio di avventura e scoperta, fare un’esperienza diretta di una cosa differente dalla nostra quotidianità. Vedere cosa c’è dietro quella montagna, oltre il confine del villaggio, ha un po’ il sapore amaro che la nostra vita non ha senso se restiamo fermi, ma che abbiamo il bisogno di essere diretti verso qualcos’altro.

Dadas e le altre vittime, in pratica, diedero vita alle agenzie di viaggi, alle guide turistiche, ai libri sui racconti di viaggi esotici, le persone erano pronte a viaggiare. Questa patalogia adesso può essere identificata con “stato di fuga”, “fuga psicogena” o “amnesia dissociativa”.

Nel 1902 venne definita da uno psichiatria “epidemia di natura emotiva” e noi oggi, soprattuto oggi, ne sentiamo ancora gli effetti di quella epidemia.

Questa emozione mi fa pensare a due cose.

La prima è Forrest Gump, quando comincia a correre, e piano piano viene seguito da molte persone, come se quello che stesse facendo stesse cambiando il modo di vivere di quelle persone, come se quelle persone dentro sentissero questa voglia irrefrenabile, ma non avessero mai avuto il coraggio di farlo da soli, come se lui fosse la loro guida. Lui comincia a correre per scappare da un’emozione negativa, da un dolore, ma dopo qualche tempo il motivo iniziale in realtà perde di significato e lui continua a correre perché ne ha bisogno attraversando paesi, città, confini, poi un giorno, dopo circa tre anni, si ferma e torna a casa. E quindi penso che prima di partire si ha la necessità di andare via, ma quando si è fuori, io, personalmente, sento anche la voglia di voler tornare, di godermi ciò che ho vicino, come i sapori del cibo quando torno in Italia o vedere le colline di grano che sfrecciano dal finestrino in autostrada.

La seconda cosa è che quando stiamo viaggiando, il tempo effettivamente sembra rallentare, è più denso. E’ perché viviamo ogni attimo per quello che è, senza altri pensieri nel mezzo che ci affollano la mente, ci guardiamo intorno e osserviamo tutto, ogni dettaglio per imprimerlo nella mente, ogni faccia che incrociamo sembra dirci qualcosa. E questo è quello che ci manca adesso? Svuotare la mente senza pensare al futuro o al passato, ma vivere ciò che ci passa sotto i piedi adesso, senza pensare a come incastrare tutto per riuscire a dare da cena al cane alle 19 e al figliolo alle 19.30, e invece mettersi a sedere su una panchina nei giardini del Louvre sotto la pioggerellina parigina col cielo grigio sopra la testa e respirare l’odore di cipolla che proviene dalla zuppa che sta mangiando quel turista americano al “Cafe des Marronniers“. Buon epidemia a tutti


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